Una mano femminile fuori da coro....è pronta ad emozionarvi....
La prima volta che sono stata in un posto mio, la terra era così bagnata che ad ogni passo mi ci mischiavo un po'. Ero anche in quel sasso che ho lanciato, è le tue paure, le tue incertezze, mi avevi detto. Tremavo anche. Sì, il posto era mio: ogni vento, ogni goccia era lì per tenermi in piedi: potevo tirare indietro la schiena e lasciar andare le mie ginocchia al peso eppure non cadevo.
Bastava far avanzare lo sguardo più in là dei miei piedi e anche la strana macchia di acqua e petrolio diventava parte di quel gioco.
Non capivo come questa bolla enorme di vento fosse già prima che io la trovassi. Come quelle scatole grigie potessero essere di cemento e non di acqua e petrolio e foglie sull'acqua.
Poi sono tornata giù. Il turbine di minuscole gocce non era riuscito a farmi dimenticare il fischio del vento dietro le mie orecchie, ancora gelate.
Ho tremato per tutta la notte.
L'ultima volta che ho trovato un posto mio, c'era una luce accecante. Il mio occhio era un buco verde, i mattoni sembravano bianchi. Avrei detto che c'era la nebbia.
Era un'impressione che mi pungeva il collo; si arrampicava sugli alberi e i funghi; fino alla punta delle mie dita, gelate.
Le scosse mi hanno assaltato il viso e sono diventata blu. Oltremare. Cobalto.
Quei posti erano miei non perché mi hanno lasciato qualcosa addosso: non mi sono nemmeno accorta di essere tornata giù.
Non perché ogni mio respiro si fermava in gola prima di arrivare ai polmoni.
Nemmeno perché confondevo suoni e odori come se venissero da un unico senso che si muove con gli occhi.
I posti che diventano nostri lo erano già. Come se tutto si fosse mosso nel preciso istante in cui li abbiamo presi.
LaurA

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